|
|
Emanuel è molto sincero: «Io non so se qualcuno riesce davvero ad ‘accettare’ il diabete; di sicuro io non ci riesco», afferma. Non sembra tanto vero: Emanuel, che ha 27 anni, ha un rapporto normalmente conflittuale soprattutto con le tante routine della terapia e con una glicemia che – non solo per suoi errori – fluttua su e giù come impazzita. O meglio, fluttuava perché da qualche tempo le cose stanno andando meglio. Da una emoglobina glicata di 10, Emanuel è sceso a 8,5. «E posso attendermi risultati ancora migliori», afferma Emanuel, sposato da pochi mesi. Quello di Emanuel è un caso da manuale di come la terapia con microinfusore possa adattarsi a persone che «un po' per sfortuna un po' per colpa loro» hanno un cattivo controllo glicemico. Non a caso il Centro che lo segue ha sempre consigliato con forza il microinfusore. «Io facevo finta di niente, rimandavo. Fino a quando», ricorda Emanuel, «proprio mentre aspettavo la visita, ho parlato con un ragazzo più o meno della mia età che come me viaggiava molto. Mi ha solo spiegato che il microinfusore rendeva la vita molto più comoda. Pochi secondi e ho deciso, ed eccomi qui».
È vero che il microinfusore rende più comoda la vita? Sì, è vero. Certo, il diabete resta il diabete, un bel peso che ti devi portare sulle spalle. Ma il microinfusore lo rende più leggero, ti aiuta. Molte cose sono più semplici; prendiamo il bolo per esempio: a volte lo programmo senza nemmeno guardare il display, premendo il bottone e seguendo soltanto i bip di risposta.
Hai avuto problemi nell’indossarlo, nel farlo vedere ad altri? No, questo è un problema che non mi caratterizza. Agli altri dico: 'Io ho il diabete'. Punto. Non è una scelta o una cosa che si discute. Se ti va bene, bene. Se non ti va è un problema tuo, non mio. Posso farlo o meno gentilmente ed esplicitamente, ma il concetto è questo. Quindi vado in spiaggia con il microinfusore, mi butto in mare con l’ago inserito, giro per clienti, esco con gli amici. Lo tengo in tasca perché è comodo, non per nascondere nulla.
Come è passare al microinfusore dopo vent'anni di siringhe e penne? Io mi trovavo abbastanza bene con le penne. Ne ho un buon ricordo. Alcuni mesi fa in occasione del mio viaggio di nozze, ho deciso di prendere una vacanza dal microinfusore. Tutto bene per carità, ma quando sono tornato a casa il giorno dopo mi sono rimesso il ‘micro’. Devo ammettere che tanto ero poco convinto prima, tanto sono convinto adesso. Dico solo una cosa, per colpa di un intoppo burocratico sembrava che dovessi restituire il modello che avevo in prova senza avere subito quello ‘definitivo’. Ho detto ai medici: «Non ci penso nemmeno a ridarvelo. Lo farò solo quando arriva l’apparecchio definitivo». E così ho fatto.
Non male per un paziente che si diceva poco convinto. Ho dovuto maturare una scelta. Proprio perché era matura è stata subito una scelta convinta. Quando ho deciso di passare al microinfiusore ero davvero ai ferri corti con il diabete: ero stufo, nauseato dalla malattia e dalla terapia. Sinceramente non so come sarei andato avanti se non ci fosse stata questa opzione. Credo che il controllo sarebbe molto peggiorato.
I miglioramenti clinici che invece ha rilevato hanno confermato la bontà della scelta fatta? Sì, anche se a questo punto... mi chiamano in causa perché sappiamo benissimo tutti che sebbene il mio sia un diabete difficile, io sono un paziente ancora più difficile, i controlli... gli orari... non sono sempre da manuale.
Si può sempre migliorare. Sì, io credo che ci si mette una vita ad accettare questo diabete, è un processo lento. Il microinfusore ti viene in soccorso eliminando alcune rigidità e aiutandoti a controllare meglio la glicemia. Per esempio un piccolo bolo di una o due unità per correggere una moderata iperglicemia, con il micro si può fare, con la penna... parliamoci chiaro: chi lo fa davvero? In ogni caso penna o microinfusore che sia, il diabete è nella testa ed è lì che si svolgono tutti i giochi.
Ultima modifica: 17/12/2009 |