Mi chiedo spesso: "Come mai ho atteso più di 10 anni di diabete per mettere il micro?"
Elena67
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Marisa
presidente dell'Associazione Diabetici Forlivesi
 
La storia siamo noi

Per chi ha il diabete a Forlì, Marisa Nanni è un punto di riferimento: fondatrice e attuale presidente dell'Associazione Diabetici Forlivesi, questa donna con due figli e una nipotina ha combattuto tante battaglie grandi e piccole, da quelle per l’applicazione della legge 115 in poi. «Aiutando gli altri ci si aiuta, anzi si riceve molto più di quello che si dà», commenta.


Le Associazioni sono importanti per garantire la migliore assistenza alla persona con il diabete?
Certo, Associazione e Centro di diabetologia svolgono ruoli complementari a vari livelli. Se ci sono certe decisioni da prendere a livello di ASL per esempio, una Associazione può far valere la voce dei pazienti, che non sono pochi: solo come Associazione abbiamo oltre milleduecento soci. Quello delle cifre e dei voti è un linguaggio che a livello di direttori di ASL, e fino in Regione, serve a essere più ascoltati, e si ha più peso anche con i medici. Lo stesso vale per le iniziative di dialogo e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e soprattutto dei singoli. Noi abbiamo sempre avuto come Associazione la nostra sede proprio nel Centro di diabetologia, siamo decisamente, a tutti gli effetti, parte della ‘squadra’, con un ruolo preciso di appoggio e magari di istruzione al paziente.

Questo vale anche per i microinfusori?
Direi di sì. Io ho portato il microinfusore per dieci anni e, dopo un periodo senza, l’ho rimesso recentemente; sono sempre stata disponibile a dare informazioni e a raccontare ‘com’è vivere con il microinfusore'. È un ruolo complementare ma serve: magari al Medico un paziente non va a chiedere tante cose che per lui sono importanti, vuoi perché si vergogna vuoi perché teme siano piccolezze. A me le chiedono. L’esperienza certo non mi manca e posso trasferirla assieme a tanti consigli utili.

Come sono cambiati i microinfusori in questi decenni?
Sono cambiati radicalmente, sia sotto il profilo diciamo così ‘clinico’ (per esempio una volta non era possibile cambiare il profilo basale) sia in termini di comodità del paziente. Del resto lo vediamo un po’ su tutto, pensiamo ai sistemi di iniezione, ai lettori della glicemia... le Case produttrici hanno messo a disposizione strumenti sempre più piccoli, leggeri, comodi, veloci e anche più sicuri. I microinfusori non fanno eccezione. Oggi hanno più allarmi, possono esser staccati facilmente. E lo stesso vale per gli aghi, più corti e più facili da inserire, o per i cerotti, che si attaccano molto bene alla pelle. Sono anche sempre più semplici da usare e questo inoltre è importante soprattutto per i non giovanissimi.

Lei consiglia a tutti il microinfusore?
Il microinfusore permette di ottenere risultati in termini glicemici quando la terapia tradizionale non lo permette. Questi risultati nel corso del tempo sono più marcati, si raggiungono più spesso e con minor fastidio. Certamente è indispensabile valutare attentamente il soggetto da trattare in quanto spesso c’è un rifiuto a portare un ago impiantato o a condividere con una 'macchina' la vita di tutti i giorni; spesso questi problemi si superano con una adeguata informazione e una buona assistenza in fase iniziale.

È aumentata l’efficacia clinica e allo stesso tempo la comodità per il paziente.
Esatto, io non sono un diabetologo ma posso dire una cosa: se dopo quarant'anni di diabete non ho serie complicanze, il merito va sicuramente ai tanti anni che ho passato con il microinfusore.

Cosa invece non è cambiato in questi decenni?
Non è cambiata la mentalità delle persone e nemmeno l’informazione. Oggi come ieri nessuno sa cosa sia il diabete di tipo 1, e anche sul diabete di tipo 2 c’è poca informazione corretta. La reazione all’esordio del diabete di tipo 1 e anche quando si rileva un diabete di tipo 2, non è cambiata. In questi decenni, insomma, il diabete viene curato molto meglio e con molti minori fastidi. Ma la gente non lo sa e continua a essere spaventata oppure a banalizzare.

È un problema solo di informazione?
No, è anche di mentalità. Penso ai quarantenni o cinquantenni che scoprono di avere il diabete di tipo 2 e si trovano a dover controllare la glicemia o a prendere qualche farmaco: per loro la diagnosi è un macigno. Il fatto è che oggi chiediamo al nostro corpo l'assoluta perfezione. La pubblicità ci martella in continuazione con immagini di sessantenni super giovanili. Vogliamo la gioventù eterna. È molto difficoltoso, forse oggi più di ieri, accettare che si ha una malattia cronica, e che può essere gestita in maniera semplice ed efficace.

Ultima modifica: 16/06/2009

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