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| Chi ‘mette’ il microinfusore |
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In Italia sono state censite circa 700 strutture che ‘fanno’ diabetologia. Molte sono ambulatoriali, altre afferiscono a strutture ospedaliere o addirittura a Policlinici universitari. Cambia il numero di pazienti e di diabetologi, così come l’articolazione del Team. «Ma si fa della buona diabetologia nelle piccole come nelle grandi strutture», riconosce Eugenio De Feo, responsabile della Unità Operativa Semplice di Diabetologia dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, il più grande nosocomio del Sud Italia. L’introduzione del microinfusore fra le possibilità terapeutiche nel diabete insulinotrattato apre il rischio di una potenziale discriminazione. Rischio che preoccupa molto Eugenio De Feo, il quale da tempo si sta adoperando per introdurre anche in questo aspetto della terapia quel concetto di ‘percorso terapeutico’ che tanto si è mostrato utile, per esempio, nel definire il rapporto fra medico di medicina generale e diabetologo, o fra il diabetologo e altri specialisti.
Perché esisterebbe il rischio potenziale di una discriminazione? È molto semplice: vediamo per prima cosa i fatti. Primo punto: una certa percentuale di persone insulinodipendenti non riesce a raggiungere un buon equilibrio glicemico con la terapia multi-iniettiva tradizionale e può avvantaggiarsi della terapia con microinfusore. Direi di più. In certe condizioni la superiorià della terapia con microinfusione è così chiara che sarebbe eticamente scorretto non proporla al paziente.
Sarebbe come nascondere al paziente l’esistenza di un nuovo farmaco... Esattamente. Passiamo ora al secondo punto. Anche qui parliamo di evidenze scientifiche: per ottenere il meglio dalla terapia con microinfusore occorre che non solo l’avvio del trattamento con l’inserimento vero e proprio dello strumento ma anche la fase immediatamente precedente e quella seguente siano gestite da un Team che abbia una solida esperienza e quindi una casisitica al suo attivo.
Perché? Per la stessa ragione per la quale un diabetologo invia un paziente con problemi particolari a un altro Centro (in caso di retinopatia diabetica a un oculista esperto in chirugia laser, o per lesioni agli arti inferiori a un Centro per la cura del piede diabetico). Perché ha più esperienza e competenza in quello specifico aspetto del percorso terapeutico. Del resto è intuitivo: capire se quel paziente davvero potrà trarre vantaggio dal microinfusore, dialogare con lui in modo da prevenire e superare alcune resistenze ma anche per capire se è ‘pronto’ per questo salto di qualità. Soprattutto dargli le informazioni necessarie e assicurarsi che le abbia accolte... tutti questi aspetti richiedono semplicemente esperienza. Ci sono anche delle economie di scala, per esempio nella formazione che può essere svolta almeno in parte a piccoloi gruppi. Poi ci sono l’inserimento che dovrebbe avvenire perlomeno in day hospital e la fase delicata delle prime settimane dopo l’inserimento nelle quali è necessaria una competenza specifica per la rapida definizione dello schema basale ideale e la disponibilità ad assistere il paziente anche telefonicamente 24 ore su 24.
Un piccolo Servizio di diabetologia o un ambulatorio non può permettersi tutto questo? Generalmente no. Anche se ci sono delle eccezioni. Ma attenzione: il problema non è la dimensione del Centro, è la specializzazione. Da tempo ormai la terapia con microinfusore è uscita dalla fase sperimentale. In questi anni, credo in ogni Regione, alcuni Servizi di diabetologia hanno scelto di investire su questo aspetto, altri correttamente hanno ritenuto di non farlo. È giusto che sia così. Ma attenzione: qui si profila un rischio.
E cioè? Che la persona il cui diabete insulinodipendente avrebbe bisogno di un microinfusore non lo ottenga semplicemente perché è seguita da un Centro che non li applica. Questo sarebbe grave.
E allora il paziente cosa deve fare? Deve cambiare diabetologo e scegliere di farsi seguire da un certo momento in poi da un Servizio di diabetologia che applica microinfusori? Assolutamente no! Significherebbe vanificare un capitale di fiducia, di relazioni di conoscenze che sono importantissime nella cura di una patologia cronica, senza contare la scomodità di fare riferimento a un Servizio che si trova magari in un’altra città. La soluzione ideale, come ho detto, è una corretta suddivisione di ruoli. Il paziente continua a essere seguito dal suo ‘diabetologo naturale’, ma una certa fase del suo percorso è delegata a un polo di competenza specifico. Una volta impostata la terapia, il paziente torna, anzi continua a essere seguito dal ‘suo’ diabetologo, il quale sarà in grado, grazie alla sua competenza e ad appositi incontri di formazione e aggiornamento, di adattare la terapia nel corso del tempo. Tutto qui.
Sembra semplice e razionale... E lo è: il segreto è costruire questi percorsi sulla base di solide relazioni fra persone prima ancora che fra istituzioni. Vede noi come Associazione Medici Diabetologi, insieme alla SID e alla SIEDP, abbiamo organizzato nel febbraio di quest’anno un bel congresso sui microinfusori. Sono venuti colleghi dalla Campania e da tutto il Sud. Si sono dette cose interessantissime. Tutti si sono complimentati per l’organizzazione e... non è accaduto niente. Lo posso dire perché io fui fra i promotori. Più recentemente abbiamo organizzato una serie di incontri molto più operativi con piccoli gruppi di colleghi, per esempio i diabetologi di una ASL campana alla volta. Nel corso di questi incontri provai a spiegare questi concetti che ora io ho riassunto. All’indomani già squillava il telefono e i colleghi iniziarono a mandarmi le storie cliniche di pazienti che a loro giudizio potevano giovarsi della terapia con microinfusore.
Morale della favola? La morale della favola è che mettendo le cose in chiaro e tenendo presente l’interesse comune, che è quello del paziente, diventa possibile creare un clima di fiducia. Non esistono Centri di serie A o di serie B ma solo strutture e persone che si sono specializzate in uno o nell’altro aspetto della terapia.
E il diabetologo che sapendo di non avere una sufficiente esperienza nei microinfusori decide di lasciare a un altro Centro la fase di applicazione di un microinfusore... È un diabetologo di serie A, anzi direi da scudetto perché, oltre a essere una persona seria e competente, sa fare l’interesse del suo paziente.
Ultima modifica: 03/12/2009 |
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