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Anche i medici vanno a scuola, più spesso di quanto non si creda. I circa dieci anni fra università e specializzazione forniscono una base, ma la ricerca scientifica continua a proporre nuovi approcci, teorie per non parlare della progressione dei farmaci, dei presidi e dei modelli organizzativi. Molto tempo viene dedicato alla lettura di riviste scientifiche specializzate e a seguire conferenze e interventi durante i congressi che si svolgono a ogni livello. «La prima caratteristica di un buon medico è la sua disponibilità a imparare», afferma Concetta Suraci, responsabile dell’Ambulatorio di Diabetologia presso la Struttura complessa di Dietologia, Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma. Nella sua attività ‘Titti’, come la chiamano tutti, Suraci ha sempre sottolineato l’aspetto della formazione sia nei Centri dove ha lavorato sia come presidente della Sezione Regionale Lazio della Associazione Medici Diabetologi.
Cosa deve imparare un diabetologo sui microinfusori? Dipende. Io credo che tutti i diabetologi debbano avere una certa conoscenza della terapia con microinfusione, anche quelli che per una ragione o per l’altra non utilizzano tale trattamento nel loro Centro.
Perché tutti? Racconto la mia esperienza personale. Il mio primo contatto con i microinfusori avvenne proprio quando lavoravo in un Centro che non li utilizzava, ma era un centro ospedaliero e venni chiamata dai medici internisti che in corsia avevano un paziente proveniente da un altro Centro che lo usava. Certo, avrei potuto far finta di niente, staccare il microinfusore e seguire il paziente con lo schema iniettivo classico multidose. Ma l’ho sentito come una sfida e mi sono messa a ‘studiare’.
A parte questo aspetto? A parte questo aspetto io credo che ormai il microinfusore sia stabilmente entrato a far parte delle opzioni terapeutiche. Insomma è una delle cose che si possono proporre per gestire il diabete. A questo punto il medico deve chiedersi: il Centro in cui opero è in grado di gestire un certo numero di pazienti in microinfusione? Dipende da molte cose: posso disporre di pochi infermieri, posso non disporre di dietiste esperte nel counting dei carboidrati, posso non avere il tempo, gli spazi o le risorse per fare la formazione necessaria ai pazienti per garantire la reperibilità 24 ore su 24. Va benissimo, ma questo non vuol dire negare a un paziente che ne potrebbe trarre giovamento l’accesso a questa terapia.
In questo caso cosa deve fare il diabetologo? Deve conoscere le indicazioni al trattamento con CSII tanto da individuare i pazienti che se ne potrebbero giovare e da prospettarla al paziente stesso. Dopodiché potrà delegare la fase di formazione specifica, l’applicazione vera e propria, la programmazione dello schema di infusione a un Centro che invece ha l’organizzazione idonea; il paziente, dopo la fase di 'inizializzazione' potrebbe essere seguito nuovamente dal diabetologo a cui faceva riferimento prima. Certo questo è possibile solo con una buona collaborazione tra Centri diversi.
E se un diabetologo vuole invece che il suo Centro utilizzi normalmente al suo interno la terapia con microinfusore? Purtroppo non dipende solo da lui. Deve avere la capacità di motivare i suoi collaboratori a informarsi e formarsi. Parlo di tutti i collaboratori, dagli infermieri agli educatori alle dietiste. Tutti devono in qualche modo ‘andare a scuola’ o comunque verificare le loro conoscenze e il loro modo di lavorare alla luce dell’impegno necessario ad attuare la terapia con microinfusore. Il diabetologo ovviamente dovrà approfondire sia l’aspetto clinico sia quello tecnico della ‘macchina’, le Aziende produttrici offrono un'ottima assistenza ma non sarebbe giusto, a mio avviso, delegare ai produttori tutto l’aspetto tecnico.
Secondo lei quale è il ‘punto debole’ nella formazione dei diabetologi? Secondo me, ma non solo secondo me, ormai sono stati superati i pregiudizi e la diabetologia italiana ha accolto il microinfusore correttamente come una delle modalità per garantire il controllo glicemico nella persona con diabete di tipo 1 e anche di tipo 2. Un modo che ha delle indicazioni forti e permette di raggiungere risultati importanti. Non sono nemmeno preoccupata della conoscenza tecnica o di quella clinica. Credo che invece debbano essere meglio affrontati gli aspetti per così dire procedurali, i ‘percorsi’. Se ho solo due o tre pazienti posso improvvisare, ma se ritengo che il microinfusore serva posso mettere in prospettiva di avere alcune decine di pazienti in microinfusione. A questo punto devo darmi la giusta organizzazione, devo dimensionare le risorse, programmare gli interventi, costituire un ‘protocollo’ che andrà magari condiviso con altri, devo organizzare ‘ambulatori’ dedicati. Ma soprattutto devo far capire alla Amministrazione che sto facendo qualcosa di diverso dalla normale attività ambulatoriale e pertanto mi servono altre risorse; e questo soprattutto perché al momento l’attività di 'applicazione e/o controllo del microinfusore' non è riconosciuta a livello di prestazione specifica; le Società Scientifiche hanno avanzato una proposta ad hoc nell’ambito del Progetto Nazionale di Revisione del Nomenclatore. Per non parlare poi della educazione terapeutica del paziente, il microinfusore richiede un certo tipo di dialogo e di rapporto. In tutti i momenti di ‘passaggio’ nella vita di un paziente occorre una grande disponibilità e pazienza, ma discorsi come l’empowerment del paziente che sono sempre importanti diventano critici.
E queste cose non si imparano sui libri o sulle riviste scientifiche... Di questi aspetti si scrive e parla ancora poco, nonostante recentemente la diabetologia italiana si sia posta con forza il problema dei ‘percorsi diagnostici terapeutici’. La formazione in questo campo va tutta inventata perché richiede forme nuove: penso a stage presso strutture che hanno adottato metodologie che funzionano, stage che devono riguardare tutto il Team. Non credo di svelare un segreto se dico che nei prossimi anni su questo tipo di formazione l’Associazione Medici Diabetologi metterà l’accento, e non solo nella ‘mia’ Regione.
Ultima modifica: 03/12/2009 |