|
|
Quando si ha una storia secolare come il ‘Miulli’ noblesse oblige. I microinfusori all’Ospedale generale regionale di Acquaviva delle Fonti li conoscono dalla fine degli anni ‘80 «ma allora non erano affidabili come oggi e le Case produttrici non davano l’assistenza che offrono oggi ai pazienti e al Team», ricorda NicolaTota, responsabile del Servizio di Endocrinologia e Diabetologia del Miulli. Dopo qualche anno di pausa, il Miulli ha ripreso ad adottarli, prima per i casi più intrattabili e difficili «poi abbiamo allargato l’utilizzazione a tutti gli adulti che, nonostante una buona compliance e una terapia ottimizzata, non ottenevano livelli accettabili di emoglobina glicata», afferma il diabetologo pugliese. Visti i successi ottenuti, l’équipe diretta da Tota si è chiesta come fosse possibile utilizzare al meglio questa opzione terapeutica anche per affrontare situazioni speciali. Una delle più interessanti è il ricorso, anche temporaneo, al microinfusore per seguire pazienti insulinodipendenti o insulinotrattati in vista di un intervento chirurgico importante. «Se cerchiamo una analogia, possiamo pensare all’uso del microinfusore per le donne con diabete che desiderano concepire e che usano la CSII per raggiungere un perfetto equilibrio», spiega il responsabile del Servizio di Endocrinologia e Diabetologia del Miulli.
Perché è importante raggiungere un ottimo compenso glicemico prima di un intervento chirurgico? È molto importante sia perché consente di affrontare al meglio gli inevitabili sbalzi legati all’intervento e al decorso post operatorio, sia perché un intervento effettuato in cattivo compenso glicemico richiede più tempo, leggermente più rischioso e soprattutto ha un decorso post operatorio più lungo.
Come mai più lungo? Premesso che uno scompenso metabolico può portare ad alterazioni della coagulazione che allungano i tempi di cicatrizzazione delle ferite ad esempio, o rendono più facile lo sviluppo di infezioni, il decorso post operatorio classico rappresenta una grossa sfida per il compenso glicemico. L’intervento e lo stress che vi fa seguito, pensiamo anche solo al dolore, comportano una iperglicemia. Purtroppo il personale dei reparti non sempre ha le competenze per seguire una persona con diabete. Se trovano la glicemia alta capita che non le diano da mangiare. Il paziente si indebolisce e sta a letto. Stando fermo la glicemia cresce.... Il Team non se la sente di mandare a casa un paziente scompensato e questo resta ospedalizzato, con tutti i rischi dell’allettamento e della degenza, per non parlare dei costi.
Il microinfusore invece... Prima di tutto rende autonomo il paziente il quale, se ben istruito e magari con qualche consiglio del diabetologo, può far fronte a ogni variazione della glicemia da solo. In secondo luogo il compenso rimane normale e il decorso post operatorio diviene sovrapponibile a quello dei pazienti non diabetici.
Questo lo dice non solo la nostra esperienza ma anche la letteratura. Musica per le orecchie degli amministratori. Sicuramente si tratta di una soluzione ideale che riduce i costi a carico del Servizio sanitario e il disagio del paziente che nella maggioranza dei casi, uscito dall’anestesia, non vede l’ora di tornarsene a casa. Idealmente dovrebbe essere l’amministrazione a chiedere ai chirurghi di tenere presente questo aspetto in tutti i pazienti diabetici sottoposti a operazioni importanti.
Invece... Invece tocca a noi rendere sensibili i pazienti, le équipe chirurgiche e i medici di medicina generale, il che non è facile, visto che il nostro Ospedale ha un bacino di utenza molto ampio.
Ma cosa avviene quando il paziente, spontaneamente o perché consigliato dal chirurgo o dal suo medico di medicina generale, viene da voi e dice “dottore, il tal giorno dovrò subire un intervento chirurgico”?. Prima di tutto vediamo quando avverrà l’intervento. Abbiamo bisogno di almeno 8 settimane di anticipo. Va detto che oggi la gran parte degli interventi chirurgici sono programmati per tempo. Per prima cosa gli chiediamo di controllare la sua glicemia per una settimana, con numerose ‘strisce’ o con un CGMS. A quel punto se il compenso è buono, non interveniamo. Se invece è cattivo verifichiamo la terapia e la compliance del paziente alla terapia. Il più delle volte la terapia è adeguata ma il paziente non la segue come dovrebbe per un deficit di informazione o di motivazione. Se non ci sono spazi di miglioramento a quel punto suggeriamo al paziente di adottare il microinfusore in vista dell’intervento e nelle settimane seguenti. Inizia quindi un periodo di addestramento del paziente, viene definito uno schema basale ottimale e in genere in poche settimane si riesce a migliorare nettamente il compenso.
E dopo l’intervento? Qualcuno si è trovato talmente bene che ha chiesto di tenerlo.
Avete studiato altre applicazioni ‘speciali’ del microinfusore? Sì, in collaborazione con i reparti di oncologia del Policlinico universitario di Bari abbiamo installato un microinfusore a pazienti ai quali era stato asportato il pancreas. Interventi di questo tipo, non frequentissimi, creano ovviamente una enorme instabilità. Il paziente fatica moltissimo a trovare un equilibrio anche con uno schema multi-iniettivo e il microinfusore può rappresentare di gran lunga l’indicazione migliore. Stiamo pensando di proporlo anche per quei pazienti con diabete che – a seguito di interventi che hanno interessato l’apparato digerente – hanno tempi e modalità di digestione molto particolari. Il microinfusore è uno strumento del quale dobbiamo ancora scoprire molte potenzialità. Purtroppo non è facile; occorre creare dei ‘ponti’ fra strutture e specialità che non sono abituate a lavorare insieme: bisogna tenere presente che è importante anche la qualità della vita del paziente dopo l’intervento chirurgico o comunque ‘acuto’. È una cultura del paziente come persona, come totalità che è presente in ogni medico ma che in molti ospedali – per fortuna un po’ meno nel nostro – è ‘inibita’ dalle specializzazioni e dalla struttura stessa del sistema sanitario.
Ultima modifica: 16/06/2009 |