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Dopo un certo numero di anni di terapia multi-iniettiva tradizionale certi pazienti passano al microinfusore. Ma perché solo alcuni e perché dopo alcuni anni? A porsi queste domande è Valentino Cherubini, responsabile del Servizio di endocrinologia e diabetologia dell’Ospedale pediatrico Salesi di Ancona, centro di riferimento regionale nelle marche e autore di numerosi studi in ambito diabetologico pediatrico. «Adottando la terapia con microinfusore il compenso glicemico migliora, le ipoglicemie si riducono e la qualità della vita aumenta in maniera decisa. Il dato è difficile da oggettivare con studi clinici randomizzati, ma la sensazione del medico ‘in prima linea’ è quella», afferma Cherubini che è docente alla Scuola di specializzazione in pediatria della facoltà di Medicina di Ancona; «tra l’altro nei casi in cui il microinfusore viene proposto per migliorare la qualità della vita, l’effetto è sempre un miglioramento del profilo glicemico. A questo punto, secondo me, la domanda non è "a chi devo proporre il microinfusore", ma "perché non dovrei proporre il microinfusore"».
Perché non ci si pone ancora il problema in questi termini? Semplicemente perché la CSII è la terapia ‘nuova’. All’inizio ci si chiede a chi prescriverla si parla di ‘criteri di eleggibilità’ dei casi. Poi diventa lo standard. È successo recentemente con gli analoghi dell’insulina.
Le indicazioni del microinfusore stanno evolvendosi in effetti... In passato le indicazioni al microinfusore erano strettamente, diciamo così, ‘cliniche’: si ricorreva all’infusione subcutanea quando non si riusciva altrimenti a tenere sotto controllo la glicemia o quando il paziente era soggetto a serie ipoglicemie e aveva perso la capacità di avvertire i segni premonitori dell’ipoglicemia. Tutto questo resta vero, ma applicando il microinfusore ci siamo resi conto dei netti miglioramenti nella qualità di vita dei pazienti. In una condizione cronica, la soddisfazione nei confronti della terapia non è un parametro di valutazione? Da qui la domanda che mi pongo: perché non dovrei prescrivere in prima istanza questo tipo di terapia?
Anche all’esordio? Anche all’esordio; noi abbiamo una casistica di 15 pazienti dai 2 ai 14 anni che abbiamo subito trattato con il microinfusore. Ma il paziente deve saper usare anche la penna, per esempio nel caso il microinfusore avesse dei problemi o se lui volesse farne a meno per qualche giorno. Certo, e noi gli insegniamo anche questo. Ma dire che il paziente deve conoscere anche la terapia multi-iniettiva non vuol dire che deve per forza passare al microinfusore dopo alcuni mesi o anni di multi-iniettiva. Secondo me, anzi, all’esordio la terapia per microinfusore è particolarmente utile sia sotto il profilo clinico che psicologico.
Cosa cambia sotto il profilo clinico quando il microinfusore è applicato fin dall’esordio del diabete di tipo 1? La sensazione è che i periodi di luna di miele siano più lunghi se all’esordio si stabilizza l’equilibrio glicemico con una modalità d’assunzione più fisiologica quale il microinfusore. Sul piano psicologico... non dover fare le punture è una gran cosa, per il paziente, per i genitori e anche per la relazione medico-paziente. Prendiamo la luna di miele appunto. Il dottore è quel signore che ti dice di fare due punture al giorno, poi passa a quattro, “è cattivo” oppure, peggio, “sono stato cattivo io paziente o io genitore e le punture in più sono una punizione”. Si muovono grossi pesi psicologici intorno a un atto ‘aggressivo’ come l’iniezione. Il discorso è diverso se la variazione che devi apportare consiste in un diverso schema basale o dei boli. Noi tendiamo a dimenticare che una terapia multi-iniettiva significa in tre anni fare quasi 5 mila iniezioni! Con il microinfusore parliamo di 360 cambi del set di infusione. C’è differenza eccome! E poi, banalmente, il ragazzino che esce dall’esordio con il microinfusore può subito andare alla festa dell’amico. Risente molto meno del trauma.
Poi c’è un effetto imprinting… Probabilmente sì: mi porto a casa quella macchinetta che hanno messo a mio figlio in Ospedale quando stava male. Oggi gli esordi sono meno drammatici di ieri ma rimangono di grande valenza psicologica.
Se chiedi a una persona con diabete di tipo 1 di parlare della sua esperienza ti racconta nei dettagli dell’esordio. Esatto. C’è grande ansia all’inizio e grande felicità quando la situazione si risolve. Per un genitore probabilmente portarsi a casa lo strumento che ha ‘salvato’ suo figlio o sua figlia è un motivo di sicurezza. Si crea subito una visione positiva del microinfusore che poi diventa difficile creare, magari anni dopo, quando il paziente o i genitori si sono ‘affezionati’ a una certa terapia. In ogni caso, ovviamente, ai genitori vanno prospettate ambedue le possibilità.
Ultima modifica: 03/12/2009 |