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| Piccoli infusori per grandi pazienti |
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«Il lavoro? Ormai è un delirio: i ritmi sono incessanti e totalmente imprevedibili». Giorgio Grassi non si riferisce solo al suo. Come operatore nella Struttura Operativa di Diabetologia dell’Azienda sanitaria ospedaliera San Giovanni Battista di Torino, più nota come Le Molinette, principale ospedale del Piemonte, può benissimo capire i suoi pazienti adulti – molti dei quali lavorano senza più orari come liberi professionisti, nelle imprese private e sempre più spesso anche nel settore pubblico – quando lamentano la difficoltà di pianificare la giornata o di adattarne i ritmi alle esigenze della terapia. Premesso che anche una terapia multi-iniettiva consente di far fronte a molte delle difficoltà e delle incertezze di una vita lavorativa complessa, questo tipo di vita rappresenta sicuramente il ‘plus’ che per primo viene percepito dalle persone con diabete di tipo 1 fra i 30 e i 65 anni.
La terapia con microinfusore è ‘particolarmente adatta’ alla persona con diabete in età adulta? Esistono delle indicazioni o delle controindicazioni specifiche? Se parliamo di indicazioni in senso stretto, non direi. La terapia con microinfusore è raccomandata in un certo numero di condizioni che possono verificarsi fra gli adulti come fra i giovani. Ci sono però vari aspetti, penso in particolare alla flessibilità o alla facilità con la quale si possono apportare boli di correzione, che rappresentano un vantaggio importante in età adulta. L’età quindi non è una controindicazione né una indicazione. La possibilità di ottenere i migliori risultati discende piuttosto dall’atteggiamento del paziente e dall’uso che egli fa del microinfusore.
Cosa intende per ‘ottenere i migliori risultati’? Schematizzando un discorso complesso, possiamo dire che la terapia con microinfusore permette nella maggior parte dei casi un certo miglioramento nel profilo glicemico. Diciamo un punto percentuale di emoglobina glicata, tanto per capirsi. In realtà si può chiedere di più a questo tipo di terapia, che consente di intervenire in maniera puntuale e precisa, per esempio con dei boli di correzione. Per correggere, però, il paziente deve misurare e deve avere la capacità e la disponibilità a fare questi interventi. Altrimenti il microinfusore serve a poco. Questo lo si vede anche nei molti studi dedicati all’effetto del microinfusore sull’equilibrio glicemico: vanno meglio i pazienti che fanno più controlli e, se del caso, più correzioni.
Esiste un'età massima, un limite oltre il quale il microinfusore non va più prescritto? In teoria secondo me no. La terapia con microinfusore non è ‘in sé’ vietata ai maggiori di 50, 60 o 70 anni. Io ho pazienti di 65 anni che utilizzano il microinfusore. Ci sono però dei vincoli oggettivi. Alcuni pazienti anziani hanno problemi di vista, di manualità, di udito che non li rendono compatibili con la terapia con microinfusore. Nella pratica si prescrive di rado il microinfusore a una persona con diabete di tipo 1 di 60 anni semplicemente perché un paziente così ha ovviamente trovato la ‘sua’ terapia e non c’è quindi la motivazione a cambiarla.
Con l’età aumenta la diffidenza, la disponibilità a cambiare terapia? Un po’ sì, ma questo lo si riscontra ben prima dei 60 anni, già a 40 si nota un atteggiamento di chiusura e ostilità verso ciò che è nuovo o comunque una maggiore ansia.
Si dice che il passaggio al microinfusore sia un nuovo esordio. Richiede un riesame di tutte le abitudini e del rapporto del paziente con la terapia... È abbastanza vero, anche se non esagererei. Sicuramente il paziente con il microinfusore è oggetto di un intervento educativo importante da parte del Team. Si coglie l’occasione per ripassare nozioni che magari sono state dimenticate o non sono mai state impartite. Un paziente che oggi ha 40 anni magari ha esordito trent'anni fa, quando non esistevano strumenti educativi come il conteggio dei carboidrati, per esempio. Paradossalmente il fatto stesso di prescrivere un microinfusore pone le basi per un successo della terapia, indipendentemente dal valore della stessa. Si ottiene più motivazione da parte del paziente e... da parte del Team.
Lei consiglia a chi adotta un microinfusore di far coincidere le settimane di ‘collaudo’ con un periodo di ferie o di permesso? Dipende dal tipo di paziente e dal tipo di lavoro. Sicuramente i primi giorni richiedono al paziente una certa disponibilità di tempo: fare molti controlli della glicemia, redigere un diario attento, tenersi in contatto con il Centro. In alcuni casi questo richiede una astensione dal lavoro, ma non sempre. Quello che invece chiediamo sempre è attenzione e impegno.
Nell’età adulta non è raro riscontrare segni di complicanze. La loro presenza rappresenta una indicazione per il passaggio dalla terapia multi-iniettiva al microinfusore? In teoria sì. In pratica bisogna vedere cosa c’è dietro alla comparsa, o per meglio dire a una evoluzione rapida delle complicanze e allo stato di scompenso glicemico che le ha causate. Se posso esprimermi in maniera un po’ schematica dobbiamo capire se il paziente ‘non vuole’ o ‘non può’ seguire meglio il suo equilibrio glicemico. Se ‘non vuole’, per meglio dire, se non si è mostrato interessato o capace di ottenere certi risultati con la terapia multi-iniettiva, il passaggio al microinfusore non migliorerà di molto la situazione.
Viceversa? Viceversa, il paziente che è interessato e disponibile a tenere sotto controllo la glicemia trova nel microinfusore lo strumento ideale per farlo. Per esempio: ci sono casi in cui, per mantenere sotto controllo il diabete, occorre adattare l'erogazione basale di insulina a giornate con ritmi di vita diversi, controllare il ‘fenomeno alba’ o il ‘fenomeno tramonto’, individuare il variare del rapporto insulina-carboidrati ai diversi pasti e anche effettuare diversi boli di correzione nel corso della giornata. Poche persone però nella loro vita lavorativa possono fare sette-otto iniezioni al giorno e le attuali insuline non sempre sono in grado, in multi-iniettiva, di adattarsi a esigenze cosi variabili. Con il microinfusore invece questo può essere fatto velocemente e con la necessaria privacy.
Quello della privacy è un aspetto importante? Sicuramente sì. Si associa spesso all’adolescente il desiderio di ‘non far sapere in giro’ che ha il diabete. Ma l’adulto non è certo meno sensibile a quelle che potremmo chiamare ‘complessità ambientali’. Non sono pochi i casi in cui il microinfusore ha avuto successo proprio perché ha permesso al paziente di non fare compromessi. Perché fra la salute e la carriera... Purtroppo il lavoro vince sempre. È assurdo ma è così.
Ultima modifica: 16/06/2009 |
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