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Mi è capitato di voler togliere il micro per una settimana una volta... i primi due giorni ti senti più libero... poi devi farti la Lantus in piedi nel bagno di un ristorante e cambi idea!
elio
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Mario Nuzzo
dirige l’Ambulatorio di Diabetologia dell’Ospedale Vito Fazzi di Lecce Laureato e specializzato in Endocrinologia a Parma negli anni ‘70 è tornato a Lecce dove si è occupato di obesità e di diabete.
 
Imparare per essere liberi

Per sfruttare tutte le potenzialità del microinfusore, in termini di qualità della vita, libertà d’azione e compenso glicemico, occorre imparare a utilizzarlo al meglio.


Suona quasi come una legge fisica: «La libertà che un microinfusore può offrire è proporzionale alla formazione che il paziente riceve e alla sua capacità e volontà di trarre il meglio da questa opportunità», afferma Mario Nuzzo, responsabile dell’Ambulatorio di Diabetologia dell’Ospedale Vito Fazzi a Lecce. Secondo il diabetologo pugliese, che si è laureato a Parma con l’allora giovane professore Carlo Coscelli e avendo come ‘compagno di banco’ Enzo Bonora. «Ci sono diversi livelli attraverso i quali bisogna passare, ciascuno dei quali offre i suoi risultati».

Il primo livello qual è?
Nel primo livello gli sforzi sono concentrati nel... non sbagliare. Il paziente deve quindi imparare tutte le operazioni manuali necessarie: inserire il set, cambiare la cartuccia per esempio. Subito dopo deve imparare a conoscere i segnali che vengono dal microinfusore, sempre più evoluto sotto questo profilo. Deve saper riconoscere una situazione che richiede intervento e porre rimedio da solo oppure se necessario con l’aiuto di altri.

A cosa si riferisce?
Al Team diabetologico, che deve essere raggiungibile 24 ore su 24, oppure se il problema è di natura tecnica, all’esperto della Casa che produce l’apparecchio. Meglio ancora se si tratta dell’esperto che lo ha aiutato a orientarsi sul funzionamento dello strumento. Nei momenti di difficoltà, reale o percepita, è importante sentire una voce conosciuta. Vorrei al riguardo sottolineare che l’aiuto che questi esperti danno ai team è davvero notevole. La disponibilità delle Case solleva molto il peso che questa terapia pone ai Team.

In questa fase che tipo di risultati si possono avere?
I risultati sono molto buoni in termini di equilibrio, soprattutto nei pazienti che erano scompensati. In termini di qualità della vita il miglioramento è minore. Per vedere i risultati bisogna imparare qualcosa in più: a correggere le iperglicemie, a inserire variazioni delle basali o schemi basali articolati, a valutare strada facendo l’effetto glicemico di ciò che si mangia.

Ma perché non insegnare tutto subito?
Per due ragioni, una palese e una meno. Insegnare tutto e subito non è una buona politica. Si rischia di non essere capiti, non si possono riversare troppe nozioni nel paziente. Occorre che per prima cosa il paziente si abitui e si senta sicuro. Poi lo si potrà aiutare a trarre il meglio dal microinfusore.

La seconda ragione?
Abbiamo notato in qualche paziente un... eccesso di empowerment. Qualche paziente si perde per strada, non sente il bisogno di continuare, salta le visite di controllo. Mi è capitato di dover telefonare a casa dell’uno o dell’altro per sapere come stavano! Il microinfusore concede molta libertà ma non la libertà, purtroppo, di fare a meno... dei medici!

Quindi la soluzione è accompagnare passo passo il paziente?
Esatto, anche perché, se prima applicavamo il microinfusore nel corso di una degenza, ora lo facciamo in day hospital. Nel corso delle visite successive possiamo da una parte verificare la comprensione e l’effettivo corretto uso delle conoscenze che abbiamo trasferito; dall’altra insegnare cose nuove, accompagnando il paziente nella sua ‘coperta’ delle potenzialità dello strumento. Sempre che questo sia possibile.

In che senso?
Ci sono persone che per una ragione o per l’altra non possono sfruttare tutto. Non per questo non vale la pena di proporglielo. Penso ad alcuni pazienti molto insulinoresistenti che avevano bisogno di grandissime quantità d’insulina anche solo per mantenere una basale ma ai quali per molte ragioni non si poteva pensare di insegnare a usare il microinfusore in modo pieno. Lo abbiamo applicato come strumento d’infusione basale, con uno schema unico ‘da non toccare’ e abbiamo ottenuto buoni risultati.

Per gli altri?
Naturalmente se parliamo di un giovane o giovane adulto sveglio e attento, le cose cambiano. Lì i risultati sono enormi in termini anche di qualità della vita. Per loro il microinfusore fa davvero la differenza. Vedi pazienti scompensati con le glicate che scendono a picco verso il 7% e la loro qualità della vita che decolla. È proprio un piacere vederli!

Ultima modifica: 16/06/2009

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