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Mi chiedo spesso: "Come mai ho atteso più di 10 anni di diabete per mettere il micro?"
Elena67
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Bonaventura Cretella
 
Nulla per caso

Un percorso pianificato e attento, centrato sulle esigenze del singolo paziente ma tarato sulle potenzialità della struttura. Con questo approccio manageriale la Asl5 di Crotone è riuscita partendo da zero ad applicare 50 microinfusori in 18 mesi.


Pianificare le risorse, definire con attenzione il contesto anche amministrativo nel quale si opera, delineare un protocollo. Questo modo di fare, ormai abituale nelle aziende e nelle grandi organizzazioni, non è abituale in Sanità, dove si preferisce sperimentare, e, magari generosamente, assumere nuovi impegni sperando in qualche modo di ‘riuscire a fare anche questo’.
Nulla di più lontano dal carattere di Bonaventura Cretella, responsabile del Servizio di diabetologia e malattie del ricambio dell’Ospedale di Crotone, unico Servizio di diabetologia nel vasto comprensorio della Asl5 calabrese. Cretella, che nell’ambito della Asl5 è anche responsabile del Dipartimento Medicina Diagnostica e dei Servizi, ha definito con attenzione il modo di lavorare della sua èquipe e questo gli consente di applicare poco meno di 4 microinfusori ogni mese, a pazienti prevalentemente, ma non solo, con diabete tipo 1 anche in età pediatrica. Un impegno non da poco per una struttura che non fa solo diabetologia e che segue 8 mila pazienti diabetici con una équipe di 4 medici e 5 infermiere.

Non siete partiti per primi con i microinfusori, eppure ne avete applicati oltre 50 nei primi 18 mesi. Come siete riusciti?
La nostra decisione di intraprendere questo cammino è stata subordinata sicuramente alla individuazione di percorsi precisi che ne permettessero la realizzazione. Detto in altro modo: Abbiamo atteso che venisse definito il quadro normativo e gestionale. Penso soprattutto alle Linee guida regionali per l’impianto dei microinfusori, alla definizione delle quali ho collaborato anche come Presidente della sezione regionale AMD. Le linee guida regionali ci permettono di definire chi può proporre la terapia con microinfusore e a quale tipo di pazienti.

Quali sono le tipologie individuate?
La terapia con microinfusore può essere proposta a persone con diabete che, nonostante le terapie migliori, accompagnate da un adeguato grado di educazione e motivazione, non riescono a raggiungere un buon controllo metabolico; donne con diabete che programmano o stanno portando avanti una gravidanza e pazienti con estrema insulinosensibilità.

E quali strutture possono proporre il microinfusore?
Non esiste una ‘tipologia’ le linee guida non guardano all’etichetta ma al contenuto: possono proporre il microinfusore le strutture di diabetologia che hanno del personale medico e infermieristico specificatamente formato, che sono in grado di garantire i percorsi di addestramento dei pazienti, il necessario monitoraggio e soprattutto che dimostrano di prevedere nel concreto una disponibilità 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per rispondere ai problemi dei pazienti,

Nel concreto come funziona il ‘protocollo’ della Asl5?
Una volta individuato il paziente che potrebbe trarre vantaggio dalla terapia con microinfusore, inizia un training suddiviso in tre incontri. Nel primo incontro illustriamo al paziente i vantaggi e gli svantaggi della terapia con microinfusore, lasciandolo ovviamente libero di decidere se e come continuare. Non interessa a nessuno creare delle attese irrealistiche, quindi cerchiamo di illustrare i risultati che possono essere raggiunti e l’impatto sulle abitudini del paziente. Cogliamo anche l’occasione per rivalutare le conoscenze del paziente sul diabete e sulla sua terapia.

Se il paziente mostra interesse, motivazione e un grado di conoscenze accettabile cosa avviene?
Si passa a un secondo incontro più specifico dedicato al funzionamento del microinfusore: il concetto di bolo e nasale, i set di infusione, come si inserisce l’agocannula, che tipo di attenzioni devono essere prestate allo strumento. Nella seduta successiva permettiamo al paziente di indossare il microinfusore, di maneggiarlo e di portarlo a casa, senza però usarlo, per una settimana o due. Questo con l’obiettivo di acquisire una certa manualità. A questo punto, se ci siamo resi conto che il paziente ha acquisito le informazioni necessari e ha acquisito la manualità necessaria, passiamo all’impianto del microinfusore, seguito da un periodo di controlli molto frequenti che cerchiamo di far coincidere con la sostituzione dei set.

A quali tipologie di pazienti avete impiantato il microinfusore?
Soprattutto, ma non esclusivamente, persone con diabete di tipo 1: dico non esclusivamente perché 5 di loro sono insulinodipendenti ma con diabete di tipo 2. Dieci pazienti sono in età pediatrica, nella nostra Asl non esiste una diabetologia pediatrica, cinque hanno portato a termine una gravidanza e hanno accolto il nostro suggerimento di mantenere questa modalità di assunzione dell’insulina.

Come vi siete organizzati al vostro interno?
Due medici e una infermiera seguono i pazienti cui è stata proposta la Csii o che la stanno utilizzando, nell’ambito di ambulatori specifici il martedì e il giovedì pomeriggio.

Avere pensato di coinvolgere i vostri pazienti in attività è di tutoraggio e di informazione?
Sì ci abbiamo pensato, ma la disponibilità e la buona volontà dei pazienti non basta, occorre un inquadramento e un training specifico che va disegnato.

Non lasciate nulla al caso...
No, cerchiamo di pianificare e soprattutto di seguire le cose in ogni aspetto. Per esempio noi seguiamo con attenzione anche gli aspetti amministrativi dell’iter legato all’acquisto dei microinfusori e del materiale. Questo fa sì che nella nostra Asl non si siano mai verificati problemi nell’approvvigionamento dei materiali. Ripeto: la buona volontà non basta.

Ultima modifica: 03/12/2009

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