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Mi è capitato di voler togliere il micro per una settimana una volta... i primi due giorni ti senti più libero... poi devi farti la Lantus in piedi nel bagno di un ristorante e cambi idea!
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Clara Zecchino
diabetologa presso l’Unità operativa di Endocrinologia del Dipartimento di Biomedicina dell'Età Evolutiva nel Policlinico universitario di Bari
 
Infondere fiducia

Valutare con tutta calma, agire con velocità. Questo potrebbe essere il motto che sintetizza la filosofia con la quale i Team diabetologici organizzano i tempi del processo che dalla valutazione clinica arriva alla definizione della terapia con microinfusore.


«È essenziale dare al paziente, e ai genitori se il paziente è molto giovane, tutto il tempo necessario per valutare la proposta. Fare loro fretta sarebbe controproducente», afferma Clara Zecchino, diabetologa presso l’Unità operativa di Endocrinologia del Dipartimento di Biomedicina dell'Età Evolutiva nel Policlinico universitario di Bari, diretto dal professor Luciano Cavallo.
Da quando il Team valuta che un paziente potrebbe avvantaggiarsi di un microinfusore al momento in cui questo viene impiantato possono passare alcuni mesi, tutto dipende dalla frequenza degli incontri. Generalmente se ne inizia a parlare in maniera vaga, oppure si creano occasioni di contatto fra i ‘candidati’ e coetanei che già usano il microinfusore. «Quando riteniamo sia il momento mettiamo la proposta al centro di un colloquio. Se il paziente è interessato a quel punto è meglio velocizzare il processo», afferma la pediatra che segue insieme al collega Maurizio Del Vecchio i giovani con diabete di tipo 1 in microinfusione.

Cosa intende per velocizzare?
La scelta di passare al microinfusore comporta interesse ma anche una certa ansia da parte del paziente e dei genitori. È inutile prolungare inutilmente questa ansia. Ovviamente il paziente ha già una formazione di base, sul diabete in generale, sulla alimentazione, spesso conosce il calcolo dei carboidrati e segue già una terapia a base di analoghi lenti e rapidi che si avvicina molto nella sua impostazione a quella del microinfusore.

Che cosa gli occorre dunque?
Essenzialmente tre cose: rispondere ai molti dubbi e alle molte domande tipiche del ‘prima’, provare direttamente cosa significa portare un microinfusore e da ultimo una formazione specifica. Cerchiamo di rispondere a queste esigenze in maniera veloce, contando anche sulla collaborazione delle Case produttrici che mettono a disposizione di ogni singolo paziente alcuni esperti.

Concretamente quindi...
Sia come Team diabetologico sia attraverso gli esperti delle Case, diamo una informazione generale sul microinfusore cercando di rispondere ai dubbi più frequenti, ma – poiché le domande più importanti vertono su aspetti che devono essere colti in prima persona – applichiamo il microinfusore ‘vuoto’ per qualche giorno al paziente, in modo che lui possa abituarsi.

Quanti giorni?
Al massimo una settimana. A quel punto iniziamo a impostare la terapia, assicurandoci ovviamente che il paziente abbia ricevuto la formazione necessaria e che mantenga la motivazione. Se uno di questi due elementi traballa, meglio fermare tutto.

Se invece c’è entusiasmo...
A dire il vero i pazienti entusiasti mi mettono un po’ in sospetto perché alle attese troppo alte corrispondono spesso difficoltà. L’atteggiamento ‘giusto’ per così dire è un interesse cauto e fiducioso.

Quanto tempo richiede la definizione dello schema insulinico?
È una cosa abbastanza veloce. Iniziamo impostando una basale fissa, calcolata dividendo sulle 24 ore in maniera uniforme una cifra pari alla metà del fabbisogno insulinico giornaliero, ridotto però di un buon 20% perché il microinfusore soprattutto all’inizio ‘consuma’ meno insulina. A quel punto, sulla base delle glicemie che il paziente effettua molto spesso nei primi giorni, vediamo se è il caso di ‘muovere’ un po’ lo schema basale per adattarlo alle variazioni della sua sensibilità insulinica. Nella seconda settimana impostiamo un eventuale schema alternativo per gestire giornate particolari, per esempio quelle in cui lo studio è affiancato o sostituito da una attività fisica.

Il tutto quindi prende tre settimane...
Direi di sì, anche meno. Dipende dal paziente e anche dal carico di lavoro che insiste sul Centro. Dilatare i tempi sarebbe sbagliato perché nelle prime due settimane il paziente e i genitori hanno comunque bisogno di sentirsi seguiti, finirebbero comunque per venire qui da noi, tanto vale prevedere uno schema di frequenti incontri. Dopo 15 giorni generalmente tutte le ansie si diradano e gli incontri tornano a seguire lo schema normale.

Una volta impostato, lo schema basale va ritoccato?
Dipende, possono esserci delle variazioni importanti della sensibilità durante la pubertà, ma dopo viene cambiato solo se il ragazzo modifica radicalmente i propri orari o le proprie abitudini di lavoro. Fra gli studenti questo avviene di rado. No, direi che, per fortuna, il carico di lavoro di un Centro di diabetologia che installa un microinfusore si concentra molto in un periodo limitato.

Ultima modifica: 16/06/2009

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