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Piccole emergenze | Saper fare le operazioni |
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Per fortuna oggi nessun paziente (e nessun chirurgo) ritiene che il diabete sconsigli un intervento chirurgico. “In realtà”, sottolinea Antonio Pezzarossa, Direttore dell’U.O. di Medicina Interna 1° presso l’Ospedale di Fidenza, “se si arriva all’intervento in ottime condizioni di controllo glicemico, il rischio operatorio non è superiore alla media”. Anzi per certi versi il periodo di digiuno pre-, intra- e post-operatorio, durante il quale il paziente è sottoposto a nutrizione parenterale, rappresenta una condizione ‘ideale’ in quanto permette di conoscere esattamente il quantitativo di glucosio assunto dal paziente stesso (generalmente si prevede la somministrazione di almeno 8 grammi di glucosio per ora).
Nessun problema quindi ad affrontare una operazione? Se l’operazione è elettiva, cioè viene programmata in anticipo e non dipende da una urgenza, si tratta di intervenire sulla dose e sul tipo di insulina, modificandole, fino a quando non si raggiunge un ottimo controllo. Generalmente si ritiene che basti una glicemia inferiore a 160 mg/dl, ma secondo molti studi l’ideale è portarla a 120 mg/dl.
Ed è possibile? Certo. Bisogna controllare la glicemia almeno ogni 4 ore e intervenire ogni volta che il risultato non è ideale. Ma è sempre possibile. Insieme a dei colleghi abbiamo pubblicato una serie di algoritmi, una sorta di ‘tavola pitagorica’ che permette di riportare qualunque livello glicemico alle condizioni ideali per l’intervento.
E durante l’operazione? Durante l’operazione le cose sono più complesse perché l’intervento chirurgico determina un aumento notevole del dispendio energetico e lo stress porta l’organismo a secernere ormoni che aumentano la glicemia. Ad ogni modo gli anestesisti sono perfettamente in grado di tenere sotto controllo la glicemia con gli opportuni controlli e di agire sia sulla quantità di insulina che su quella del glucosio iniettati direttamente in vena. Qualche problema invece può sorgere una volta che il paziente torna a casa.
Già oggi i pazienti sono mandati a casa molto prima di una volta. Io credo che un ospedale non possa dimettere un paziente diabetico che dopo un intervento non è in condizioni di buon compenso metabolico. D’altra parte anche i pazienti devono capire che per riprendersi dallo stress di un'operazione anche di media entità occorre il suo tempo. Gli effetti metabolici di un'intervento possono farsi sentire anche per diverse settimane.
Cosa fare una volta tornati a casa? Capire che le cose non sono tornate come prima. Per esempio lo stress operatorio porta a una forte immunodepressione. Non è affatto raro che un paziente convalescente da una operazione sviluppi un focolaio broncopneumonico o un'altra infezione magari nella ferita operatoria. Dal punto di vista metabolico occorre mettere appunto insieme al diabetologo uno schema che ‘copra’ la convalescenza, controllare spesso la glicemia, magari anche la glicosuria e rivolgersi al diabetologo ogniqualvolta qualcosa non funzioni.
E cosa accade invece se l’operazione è decisa d’urgenza? In questo caso esiste il rischio operatorio e i problemi metabolici sono molto maggiori. Occorre che il team che presta le prime cure al paziente e prepara l'intervento abbia la possibilità di intervenire rapidamente per ripristinare il controllo metabolico. Il paziente, se è cosciente, deve riferire subito la presenza di diabete così come la terapia alla quale è sottoposto.
E se non è cosciente? I tesserini che riportano la presenza di diabete, magari insieme al gruppo sanguigno, sono utili. Ma si può fare di meglio: per esempio scrivere la terapia farmacologica alla quale si è sottoposti, indicando dosi e ore di assunzione dei farmaci, oltre al nome del medico e del Centro che segue il paziente con relativi numeri di telefono. Comunque la determinazione della glicemia è uno dei molti parametri che sono sempre valutati prima di qualsiasi procedura invasiva.
Ultima modifica: 21/06/2007 |
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