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«Il microinfusore non è solo ‘un altro modo’ di somministrarsi l’insulina, ancorché più vicino a quello fisiologico; è un approccio diverso alla malattia, al proprio modo di viverla», afferma Elena Cicconetti, responsabile dell’ambulatorio della ASL Roma B, una struttura in condominio fra ASL e la facoltà di Medicina dell’Università di Roma-Tor Vergata, «e alla relazione con il medico».
Cosa vuol dire? Il paziente insulinodipendente tende ad affidarsi molto al suo diabetologo il quale finisce, volente o nolente, per ‘gestire’ lui la terapia e l’alimentazione del paziente. In realtà noi sappiamo benissimo che questo è un approccio sbagliato. L’attore principale è la persona con diabete. Certo che il diabetologo e il Team sono importanti ma le scelte devono essere perlomeno condivise al 50%.
Se questo è sempre vero, con il microinfusore cosa cambia? Il microinfusore comporta un importante investimento di tempo e di risorse da parte del Team e del Servizio sanitario nel suo complesso. Se il paziente che lo usa non adotta un altro atteggiamento, questo investimento viene in buona parte vanificato.
D’altra parte il microinfusore aiuta in questo processo. Sicuramente aiuta. Il paziente ha la sensazione di avere letteralmente in mano un modo per controllare il suo diabete. I risultati che ottiene in termini di flessibilità e di qualità del controllo hanno l’effetto di rafforzare la motivazione a gestire in prima persona il diabete. Ma il microinfusore presuppone anche un atteggiamento corretto nei confronti della terapia e del diabete.
Insomma la variabile principale è la ‘accettazione’ del diabete. Sicuramente. Chi ha accettato la malattia sarà un entusiasta utilizzatore del microinfusore. Viceversa chi non l’ha accettata o lo ha fatto solo a parole si troverà a dover cambiare il suo atteggiamento o in difficoltà.
Si sente dire che con il microinfusore uno dimentica quasi di avere il diabete. No, io credo che sia il contrario, ma la terapia con microinfusore ti mette davanti alla tua malattia e ti dà i mezzi, e quindi la responsabilità, di gestirla. Nella vita di tutti noi non c’è libertà senza responsabilità. La libertà senza responsabilità è arbitrio, incoscienza. Per questo noi stiamo bene attenti a non proporre il microinfusore a persone che non hanno ancora inquadrato correttamente la loro situazione.
I ‘requisiti psicologici’ sono importanti nella valutazione dei ‘candidati’? Sì, sono importanti almeno quanto quelli fisiologici, forse anche di più. Se la patologia è stata vissuta fino a quel momento in modo sbagliato, non posso ‘buttarmi’ e sperare che l’adozione del microinfusore cambi la psicologia di chi lo porta. È possibile che questo accada, ma preferisco non rischiare.
Succede invece che il rapporto con il diabete peggiori? Accade una cosa diversa. Accade che la sensazione di poter gestire il diabete e di poter prendere la vita in modo più naturale porti a non valutare con sufficiente attenzione certe cose. Il paziente, pur essendo responsabile, rischia di peccare di presunzione; siccome intervenire sulla glicemia è tecnicamente facile, si rischia di farlo con troppa precipitazione. Si agisce anche quando non si sa bene cosa si deve fare.
Nelle scelte alimentari invece... Il paziente che passa alla terapia con microinfusore, soprattutto se è ben istruito nelle tecniche di valutazione dell’introito glicemico, si... ‘lancia’. Racconta con entusiasmo della libertà che ha acquisito nelle scelte alimentari. Secondo me questo è un fatto positivo, magari prende qualche chilo in più, ma stiamo parlando comunque di persone che hanno una buona conoscenza del loro metabolismo. Qualche scorribanda alimentare si può capire in una persona che proviene da anni di ansie nei confronti del cibo, ansie che spesso creano le basi per meccanismi perversi. Anche qui il microinfusore permette di sviluppare un atteggiamento consapevole, e quindi libero e responsabile nei confronti del cibo.
Ultima modifica: 16/06/2009 |