Io ho partecipato a un campo a Varazze dove si faceva un corso di vela. Era divertentissimo! Ero a mio agio e mi è servito tanto e soprattutto ho conosciuto tanti nuovi amici!!
elyandsara
Psicologia | Trasgredire a tavola




Adriano Falorni, Responsabile del Centro Regionale di Diabetologia Pediatrica, Policlinico Universitario di Perugia
 
Trasgredire a tavola

La trasgressione alimentare occasionale non va drammatizzata sotto il profilo clinico, ma può essere il segno di una cattiva educazione alimentare e terapeutica.


Trasgredire: dal latino ‘trans’ ‘gredior’: passare oltre. Ma oltre cosa? Il problema della trasgressione alimentare ci ripropone con forza il problema della norma, e dietro la norma, la personalità del paziente stesso.
Per questa ragione le ‘trasgressioni’ del paziente DM 1 in età pediatrica sono una utile occasione per rivalutare il modo in cui la terapia si inserisce nella vita del paziente e della sua famiglia, vale a dire le ‘regole’ priposte al paziente e la maniera in cui queste norme sono state fatte proprie - e quindi rivissute - dal paziente stesso.
L’aspetto clinico (in questo caso le iperglicemie) esiste, ma non va sopravvalutato: tra le possibili trasgressioni, quella alimentare classica è in fondo la meno grave. Il dolce, la bevanda zuccherata o il pasto più abbondante del solito, se davvero occasionale, non ha conseguenze immediate. Molto più pericoloso sarebbe l’errore inverso: saltare il pasto, mangiare molto meno di quanto previsto al momento della iniezione di insulina o saltare l’iniezione, farla a orari diversi dal previsto.
L’iperglicemia occasionale da eccesso di zuccheri non deve quindi essere drammatizzata sotto il profilo clinico, ma va letta con attenzione sotto il profilo dell’educazione terapeutica. Può essere infatti il segno di un rapporto errato sia con il cibo, sia con le attenzioni richieste dall’autocontrollo glicemico.
Il rapporto che si instaura con il cibo è uno dei più precoci - si definisce già nei primi mesi di vita - e complessi. La famiglia ha quindi la possibilità di incidere sulle scelte alimentari del figlio non solo sul breve, ma anche sul lunghissimo termine. Le preferenze, le abitudini, i ‘gusti’, le valorizzazioni emotive... insomma l’intero rapporto che l’adulto instaura con il cibo è determinato in larga parte dalla ‘cultura alimentare’ appresa in famiglia.
Quanto detto avviene in tutte le famiglie. La differenza sta nel fatto che i genitori del paziente diabetico in età pediatrica non possono lasciare al caso questa trasmissione di valori e quindi devono:
• definire e - se necessario - correggere questi ‘valori’
• farli propri
• agire attivamente per la loro trasmissione
• verificare che questi vengano accettati e fatti propri dal bambino.
La famiglia, che può contare sul completo supporto da parte del Team diabetologico pediatrico ha purtroppo poco tempo a disposizione (pochissimo se la patologie insorge durante o dopo la pubertà). Molto presto il figlio avrà la libertà di determinare in misura crescente la propria alimentazione e si troverà più esposto a pressioni sociali e... pubblicitarie che generalmente non vanno nella direzione di una sana e corretta alimentazione.
Non a caso la trasgressione alimentare si rileva soprattutto nella fase in cui il paziente - ormai adolescente - sperimenta la sua autonomia. In qualche caso il ragazzo esprime solo il bisogno di verificare i propri limiti; più spesso si ripete e segnala che il lavoro svolto dalla famiglia e dal team non è stato sufficiente.
Di frequente la famiglia si concentra sul dato glicemico e non si preoccupa abbastanza di trasmettere una educazione alimentare e più in generale terapeutica. Il Pediatra di base ha grandi spazi di intervento nello spiegare ai genitori come ergersi a ‘guardiani della glicemia’ (o della terapia) sia insieme insufficiente ed eccessivo.
Eccessivo perché il concetto di autocontrollo prevede una delega graduale ma decisa da parte dei genitori. Per la famiglia è relativamente facile imporre al bambino delle ‘diete’, senza curarsi della loro reale accettazione. Queste proibizioni però valgono finche c’è un controllo esterno. Quando viene a mancare, il paziente inizia ad alimentarsi disordinatamente, sia per reazione nei confronti della norma, sia perché non dispone di una sua ‘cultura’ alimentare.
Bevande e cibi dolci hanno un forte valore premiante per bambini e ragazzini e a questo si aggiunge la pressione sociale, il desiderio di non mostrarsi diverso. Inutile pretendere una astensione assoluta.
Bisogna tenere presente che l’obiettivo della terapia del DM1 non è solo la normoglicemia ma più in generale la qualità della vita del paziente. Proibizioni alimentari assolute creano una frustrante sensazione di diversità che deve essere il più possibile evitata.
La famiglia - e il paziente stesso - sono di frequente scossi da questo cambiamento e il Pediatra di base è di frequente chiamato dai genitori a confermare un atteggiamento proibizionistico. A proibire non si rischia niente è vero, ma curare significa anche assumere dei rischi. Rischi calcolati con l’obiettivo di costruire una personalità e una cultura dell’autocontrollo.
Piuttosto che proibire l’assunzione cibi e bevande ad alto tenore di zuccheri semplici, meglio inserirle in quantità moderate e occasionalmente nel progetto della giornata. Meglio scendere (o meglio ‘salire’) a dei compromessi, e insistere su aspetti come la moderazione e la previsione (“vai alla festa del tuo amico? Aumentiamo la dose di insulina”).
Invece di una norma assoluta e in fondo fine a se stessa la famiglia proporrà al bambino i valori della moderazione e della programmazione.
L’esistenza di insuline con diverse farmacodinamiche e la facilità nel determinare i dosaggi consente all'adolescente e all’adulto di condurre una vita normale a patto che egli sappia progettare il profilo glicemico della sua giornata e comunque valutare l’impatto dei cibi e delle bevande assunte in relazione all’insulina e all’attività fisica della giornata.
Di frequente i genitori porgono orgogliosi al medico diari di terapia che elencano glicemie perfette. L’esperienza quotidiana però conferma che sono proprio i pazienti DM1 caratterizzati nell’infanzia da glicemie perfette a trovare maggiori problemi nel ristabilire un autonomo equilibrio una volta entrati nell’adolescenza.
Oltre a essere inefficace, l’atteggiamento da ‘guardiano della glicemia’ rischia di essere limitato. L’obiettivo della famiglia deve essere quello di far propria e quindi tramandare una educazione alimentare. L’assunzione in quantità eccessiva di zuccheri semplici non è infatti la ‘trasgressione alimentare’ più seria e frequente. Molti soggetti con glicemie perfette si alimentano in maniera non equilibrata, ad esempio assumendo quantità eccessive di carni rosse, uova e formaggi (e quindi proteine che affaticano i glomeruli, ponendo le basi per la nefropatia diabetica) o una quota troppo alta di grassi saturi o di origine animale invece che vegetale.
Un buon controllo glicemico riduce drasticamente l’insorgenza e la gravità delle microangiopatie, ma la principale causa di morte e invalidità per i soggetti DM1 è quella cardiovascolare.
Dislipidemie e colesterolemie rilevanti si osservano sempre più facilmente già in soggetti adolescenti. Ed è ironico notare che molti di loro hanno alle spalle anni di profili glicemici perfetti.
Fare attenzione alla quantità di grassi e proteine assunte dal paziente non significa aggiungere a una ‘dieta’ un’altra ‘dieta’ raddoppiando le proibizioni.
I pazienti con il diabete non hanno certo il monopolio delle dislipidemie o dell’ipercolesterolemia o dell’ipertensione: si tratta di fattori di rischio estremamente frequenti. La presenza di un figlio caratterizzato da una particolare reattività del metabolismo può (anzi deve) essere l’occasione per cambiare le abitudini alimentari di tutta la famiglia in direzione di una alimentazione sana, il che significa ricca, variata e appagante.

Ultima modifica: 29/03/2010

Roche Accu-Chek, Vivi la vita. Come vuoi.
© Copyright 2010. Roche Diagnostics S.p.A. - Società unipersonale - P.IVA 10181220152
 
Genitori Ragazzi Adulti