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Psicologia | Anoressia: i fattori di rischio




 
Anoressia: i fattori di rischio

Oltreatlantico si riscontrano sempre più disturbi alimentari in giovani DM1 e si notano i primi casi di chetoacidosi dovuti a deliberate astensioni dall’insulina. Per fare prevenzione il pediatra deve identificare le situazioni più a rischio.


Non è più così raro trovare in un soggetto con diabete in età pediatrica un disturbo del comportamento alimentare. Negli Stati Uniti, problemi alimentari conclamati o borderline caratterizzerebbero una forte percentuale delle pazienti femmine con più di 12 anni affette da DM1.
Il trattamento con insulina offre alla persona anoressica la possibilità di raggiungere i suoi obiettivi di dimagrimento, semplicemente ri-ducendo le dosi o il numero di somministrazioni giornaliere.
Nel comportamento bulimico, che alterna momenti di ‘iper trasgressione’ nel corso dei quali la persona assume quantità smodate di cibo, l’astensione dall’insulina ricopre lo stesso ruolo del vomito procurato: impedire il metabolismo degli zuccheri assunti.
Inutile sottolineare le gravissime conseguenze di questi comportamenti.
La riduzione dell’apporto insulinico provoca se-rie iperglicemie e chetoacidosi.
Secondo l’esperienza di Denis Daneman del Children’s Hospital di Toronto la deliberata astensione dall’insulina per motivi ‘dietetici’ è una delle cause emergenti di grave chetoacidosi in età pediatrica.
Non per caso una équipe composta da psichiatri, psicologi ed endocrinologi delle università e degli Ospedali di Toronto ha recentemente analizzato il rapporto fra il disturbo alimentare e alcune variabili quali l’autostima del paziente, la relazione con la madre e le preoccupazioni della madre relative al peso e al suo aspetto fisico.
L’obiettivo è identificare precocemente fra i pazienti insulinodipendenti in età pediatrica quelli ‘a rischio’ di sviluppare un disturbo alimentare. Se nella popolazione generale un intervento medico si giustifica solo quando il di-sturbo ha raggiunto una certa gravità, nel caso di pazienti DM1 è necessario che il team diabetologico pediatrico (del quale fanno parte il pediatra di base e la famiglia) ‘diagnostichi’ con grande anticipo l’emergere di un di-sturbo del comportamento alimentare, proprio per prevenire il rischio della astensione volontaria dall’insulina.
Quali sono i soggetti più ‘a rischio’ di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare? «Parlare di ‘segni premonitori’ o di ‘fattori di rischio’ in questo campo è arduo», risponde Matteo Selvini, psicologo e psicoterapeuta della famiglia, «ci sono però degli elementi relativamente fissi e una serie di ‘pattern’ che si ripetono più frequentemente. Per prima cosa; all’interno dei disturbi alimentari, il comportamento restrittivo si riscontra quasi esclusivamente fra le femmine. Nei maschi si nota piuttosto un’attenzione ossessiva alla muscolatura con relativa alimentazione ‘specialistica’ atteggiamenti compensatori nei confronti del cibo che portano a una ipernutrizione».
Sono sopratutto le ragazze (10 ragazze per ogni anoressico maschio) a ridurre programmaticamente le quantità di calorie assunte o ad alternare momenti di ipernutrizione (‘binge eating’) ad altri di segno opposto (vomito procurato, astensione dal cibo).
In secondo luogo stiamo parlando di un fenomeno che di rado insorge prima dell’adolescenza. «L’età tipica di insorgenza è 13, 14 anni, anche se il comportamento alimentare tende a farsi più marcato verso i 18 anni e oltre», nota Selvini fondatore del Nuovo Centro per lo Studio della Fa-miglia e della Scuola di Psicoterapia della Famiglia. Queste due istituzioni di ricerca, formazione e terapia, si basano sulle teorie di Mara Palazzoli Selvini, che inaugurò negli anni ’60 a livello mondiale la ricerca sui disturbi del comportamento alimentare e sulle possibilità terapeutiche, dimostrò la possibilità di trattare queste patologie attraverso la terapia familiare.
Contrariamente a quello che si può credere, una grande attenzione all’aspetto fisico non è una componente necessaria. «L’anoressia non ha nulla a che fare con la magrezza», afferma Selvini, che fa parte del comitato di redazione di tutte le principali riviste europee di terapia familiare; «ragazze attente al vestire e preoccupate di essere belle non diventano anoressiche se manca una costellazione psicologica e relazionale ben precisa».
Sintetizzando decenni di studio ed esperienza Selvini prova a riassumere il concetto di comportamento restrittivo alimentare. «È una questione di ‘controllo’», spiega il cinquantenne psicologo e psicoterapeuta milanese. Il paziente scopre che può controllare una variabile importante come il suo aspetto fisico ‘semplicemente’ mangiando molto meno. «Questo comportamento all’inizio riceve il plauso dei compagni e spesso anche dei genitori, ma il motivo di autostima principale è proprio la sensazione di essere ‘in control’ al timone di se stesse», riassume Selvini.
Fin da subito o dopo un certo tempo il comportamento restrittivo crea preoccupazione in famiglia, soprattutto nel-la madre. «La ragazza scopre che il suo comportamento mette in crisi e in scacco gli equilibri familiari. Da strategia intrapersonale, la restrizione diviene interpersonale, una precisa posizione nel ‘dialogo’, anzi nel non-dialogo con la famiglia dove la ragazza trasforma un sentimento di debolezza in uno di grande dolore».
Da questo breve schema è possibile capire perché Selvini identifica le situazioni a rischio ponendo l’accento sulla capacità della famiglia di gestire i conflitti che sorgono al suo interno e sull’autostima del paziente. Solo una persona con scarsa autostima ha bisogno di un comportamento alimentare re-strittivo per ritrovare la stima di sé.
«Riscontriamo spesso un comportamento anoressico in giovani ragazze il cui processo di autonomizzazione è stato impedito o è rallentato da una madre troppo presente, poco delegante anche se magari molto affettiva», nota Selvini, «che fatica a responsabilizzare i figli e sente in maniera eccessiva la responsabilità materna».
Inutile dire che questo stato di cose – scarsa autostima e ‘invadenza’ genitoriale – si riscontrano spesso nelle famiglie dei giovani insulinodipendenti.
Il secondo aspetto è appunto quello relazionale. Tutti gli adolescenti ‘muovono guerra’ ai genitori, ma generalmente questo conflitto è svolto sul piano verbale in maniera relativamente esplicita.
«Ci sono però famiglie dove non si parla volentieri dei problemi, o perché c’è una assoluta chiusura da parte dei genitori o perché – e questo avviene più spesso – la famiglia coltiva il mito di essere una ‘famiglia ideale’ e non può quindi accettare conflittualità». Selvini ricorda il caso di due sorelle caratterizzate dallo stesso disturbo metabolico cronico, una delle quali sviluppò una anoressia. «Non a caso delle due era quella che mai aveva lamentato in famiglia o con gli amici le privazioni e i sacrifici richiesti dalla terapia. La scarsa propensione a comunicare il disagio è un segno che il pediatra può facilmente notare e che lo deve far riflettere».
Come si può intervenire su queste situazioni? «La gestione e la risoluzione di un disturbo del comportamento alimentare per così dire‘cronicizzato’ è assai difficile», afferma Selvini, «e ri-chiede un insieme di interventi psicoterapeutici individuali e familiari». Si tratta di un approccio complesso che – mal seguito – può aggravare il problema. «Banalizzato come ‘colpa della madre’ il ‘caso’ dell’anoressica crea inutili sensi di colpa e porta la famiglia a infilare vicoli ciechi e psicodrammi aggravando il problema invece di risolverlo».
In una fase iniziale intervenire è molto più facile. «Anche l’anoressia conosce una ‘luna di miele’, parlo della fase in cui il paziente riceve la sensazione positiva di essere stato in grado di controllare in parte l’ambiente esterno, di agire sul suo corpo ottenendo esiti positivi», nota Selvini; «dopotutto l’anoressia nasce come ‘autocontrollo’, assomiglia ai digiuni periodici predicati da tutte le religioni e dalla medicina antica. Poi si arriva a una sorta di ‘perversione’. L’intervento – che in fase iniziale può essere fatto anche da una persona semplicemente attenta deve orientare nella direzione corretta le capacità sviluppate nella ‘autogestione’ dell’alimentazione. Bisogna dire, insomma, alla paziente: “Sei riuscita a dominare la fame, hai vinto la lotta contro la fetta di torta. Bene, ma il tuo ‘nemico’ non è il cibo, non è la fame che devi dominare. Direziona e sperimenta altrove questa capacità”. L’intervento precoce però non è frequente, "è strano vedere quanto tempo la famiglia im-pieghi prima di interpretare il compor-tamento alimentare per quello che è: un segnale di difficoltà psicologica», conclude Selvini.

Ultima modifica: 29/03/2010

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