Io controllo la glicemia anche per strada e non mi interessano le opinioni degli altri. Ci mancherebbe!
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Psicologia | Chi lo dice sa di esserlo: quanti silenzi intorno al diabete




 
Chi lo dice sa di esserlo: quanti silenzi intorno al diabete

Come si forma in un bambino la coscienza del diabete? Lentamente, fra incertezze, frasi, paure e sorrisi sulla base di tanti frammenti che permettono di ricostruire la realtà nonostante i molti, troppi, silenzi.


Avevo sedici anni: un pomeriggio tornavo dalla città su una corriera vecchia e stanca che a ogni salita sembrava implorare pietà: faceva caldo ed ero felice.
Guardavo l'alternarsi di alberi e orti e casette di campagna e fiumiciattoli fuori dal finestrino, e mi sembrava che non potesse andarmi meglio, perché Chiara quella mattina alla spiaggia mi aveva baciato, fissandomi negli occhi e stringendomi forte, e io mi ero sentito morire, perché allora succedeva davvero, perché allora poteva succedere che andasse tutto bene e quasi volavo.
Avevo sedici anni, quel pomeriggio, e tutto andava bene, tranne quella vecchietta due posti dopo il mio. Mi fissava e a un certo punto dovette ritrovare il mio viso tra le centinaia della sua memoria, si illuminò, lasciò il suo sedile, avanzò barcollante nella corriera vincendo le scosse, le frenate, gli acceleramenti, mi raggiunse e fissandomi e sillabò il mio nome.
"Eh, ché io ti conosco da quand'eri piccolino ché neanche un coniglietto, eh ché ti ho visto camminare che ancora ti tremavano le gambette", iniziò a dire, "eh! ché eri bellino già da allora con questi capelli ricci".
'Eh!' di qua; 'Eh!' di là, e intanto mi aveva preso le mani nelle sue e sembrava quasi commossa. La vecchina fece cenno di andarsene ma intanto restava lì e mi stava dicendo: "Eh ché abbiamo avuto tanta paura per quella tua malattia.
Eh, ché abbiamo pregato tanto io e la mia sorella Antonietta perché guarissi e andasse tutto bene, eh ché tuo padre e tua madre se lo meritavano proprio, di vederti guarito, adesso stai bene vero? Ti è passato tutto vero, va tutto bene?".
"Sissì", le risposi, e poi le dissi arrivederci in un modo tale che lei corrugò le sopracciglia e si trascinò fino al suo posto dopo avermi impartito una strana benedizione che non conoscevo.
Non si 'guarisce' dal diabete, si impara a conviverci. Adesso che ho 36 anni ed è passato tanto tempo, so cosa potrei rispondere alla vecchietta. Mi torna in mente questa storia perché in fondo quella donna tutta rosari e indiscrezione, con la sua voglia di parlare, era stata la prima a dirmi con sincerità, quel che pensava della mia malattia.
Oggi riesco a vedere con più chiarezza le cose. Ma chissà se i medici che sfrecciano veloci nelle corsie se ne rendono conto. Chissà se fra i resoconti di convegni e le annate di riviste rilegate nelle librerie con le vetrate chiuse c'è qualche dotta relazione sul tema 'le difficoltà che si creano a un bambino evitando di parlare della sua malattia'.
Certo, se all'esordio hai già qualche anno ti fanno un discorso. Poi però non se ne parla più. Ci si concentra sul 'come' proprio per non parlare di 'cosa' significhi avere il diabete.
Se l'esordio avviene da piccoli, come è successo a me, per un bel po' di tempo non sai nemmeno bene di essere malato: ci sei nato con il diabete o perlomeno così ti sembra. Poi ti chiedi perché tua sorella non debba fare iniezioni, poi ti chiedi come mai non incontri mai nessuno dei tuoi amici di strada quando vai all'Ospedale.
Crescendo capisci che quella che hai è una malattia.
'Capisci' a dire il vero è una parola grossa. Pian piano ti accorgi che i conti non tornano. Frasi sentite dire, abbozzi di ragionamento, episodi che al tempo non erano chiari si coagulano fino a formare una seconda verità che rimane però parallela.
Capita così con le cose dell'amore e del sesso, o almeno capitava nel mio paese.
Ma comunque non mi sembra giusto: perché nessuno aiuta un bambino a capire cosa gli sta succedendo? Perché deve attendere un incontro casuale per sentirsi dire in faccia "abbiamo avuto paura per te, Fabio", "ci hai fatto compassione"? A dire il vero qualcosa era già successo anche prima.
Una lite come tante al campetto, un pugno tirato sul naso e un bambino, il figlio della preside delle scuole, che grida: "Tanto Fabio è malato, ci ha il diabete", con una cantilena irritante.
Gli risposi "Chi lo dice sa di esserlo", pensate un po'! Dalle mamme non ci si può aspettare troppo. Oggi lo so che anche loro sono fragili; che si può chiedere loro mille, un milione di gesti pratici e concreti ma non troppo di più.
Però i bambini con il diabete hanno tante mamme. Ci sono le maestre, e soprattutto le infermiere del Centro.
Come accade per le maestre, il fascino delle infermiere è aumentato dal fatto che la mamma stessa pare averne paura. Si rivolge a lei con trepidazione, cita continuamente quello che "ha detto l'infermiera".
Deve essere importante questa donna, questo strano angelo efficiente e indaffarato a suo agio con tutti quegli oggetti e cognizioni che tu fatichi a imparare.
In vacanza sono tornato nella mia città. È notte e, uscito dall'albergo, mi sono sdraiato su quella stessa spiaggia a guardare il riflesso delle luci delle stelle sulla sabbia e sull'acqua.
I ricordi arrivano da soli in questa sera fresca e sono bene accetti. L'infermiera carina arrivò un giorno, all'improvviso, con due occhi chiari da non credere; un profumo leggero sempre sul camice.
Avevo ormai otto anni ma piangevo apposta perché mi stringesse in un abbraccio accarezzandomi i capelli, perché la scia del suo profumo mi rimanesse addosso tutto il giorno, o almeno mi sembrava di sentirla, e ripensavo al suo sorriso e avrei voluto andare a far la visita ogni mattina prima di entrare a scuola, ché la signorina Cristina era molto più bella della maestra.

Tante infermiere mi hanno accarezzato i riccioli, da bambino, ma Cristina era diversa. Tanto che a dieci anni trovai il coraggio di parlare con lei.
Ero l'ultimo quel mattino ed era venerdì, mia mamma era rimasta fuori. C'era un'atmosfera insieme stanca e rilassata, da ultimo giorno di scuola, perfino un po' complice. Forse l'infermiera sarebbe partita per le vacanze. Forse non sarebbe tornata più.
Questa paura mi fece trovare il coraggio di dire: "signora Cristina ma... cosa ho che non va".
Lei non capì all'inizio e chiese: "Dove?". Feci un gesto vago e circolare con il dito, come dire "tutto". Avrebbe potuto rispondermi come tanti: un sorriso, qualche vaga parola senza senso e un bacetto sui riccioli. Non lo fece. Mi parlò come a un grande spiegandomi del pancreas, dell'insulina, del glucosio, delle cellule. Finita la spiegazione scientifica chiesi: "Ma dov'è il pancreas".
Fece un sorriso e sussurrò, "Vicino al cuore, ma sull'altro lato". A dieci anni si hanno difficoltà ad afferrare le realtà, ma si è poeti abbastanza per comprendere le metafore. "È vicino al cuore", significava "è parte di te", è parte del tuo modo di essere". "Non è una malattia, come il raffreddore" aveva detto l'altra infermiera, una volta quando le chiesi se mi sarebbe passato, "è come avere i capelli ricci" e via col solito bacetto.
Ora avevo afferrato. Era come avere i capelli ricci e chiari, una cosa strana se si nasce in un paese dove tutti hanno i capelli neri e lisci come se avessero appena preso la pioggia. Una cosa scomoda a dieci anni quando vorresti essere eguale a tutti gli altri, quando ogni differenza scatena prese in giro rituali.
In questi ricordi di una sera d'estate ripasso mentalmente tutte le infermiere, le dottoresse: simpatiche, antipatiche, scontrose, irascibili, discrete, impiccione, che poi ho perso di vista, trasferite magari, andate in pensione, come un quadro che finisce in soffitta.
Da un giorno all'altro manca qualcosa, un'immagine una faccia che era logico ci fosse, che è strano non ci sia più. È singolare come me le ricordi tutte, queste vice mamme competenti e sbrigative, capaci di mille tecniche per affrontare il tuo caso in cinque minuti, pur dandoti l'impressione di essere qualcosa di speciale per loro.
Sono sdraiato sulla spiaggia e sento delle voci intorno a un falò non lontano, istintivamente guardo verso di loro: la riconobbi subito la mia infermiera preferita d'un tempo.
La cosa strana fu realizzare che in fondo eravamo diventati quasi coetanei. Io 36 e lei 48 anni tutti e due attirati dalla spiaggia di sera come degli adolescenti. Con le gambe che un poco mi tremavano la raggiungo, le sfioro la spalla e la saluto chiamandola per la prima volta col solo nome.
Lei mi ha riconosciuto subito e mi ha stretto la mano. Abbiamo fatto una passeggiata e parlato di chitarra e canzoni e film e amicizia e amore, e mi ha detto di suo marito e di come fosse felice.
Mi sembrava che qualcosa tornasse al suo posto, e quando l'ho abbracciata salutandola è stata solo una scusa per scoprire se aveva ancora quel profumo buono che ricordavo e che mi era rimasto qui, vicino al cuore.

Ultima modifica: 29/03/2010

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